
di Andrea Salvo Rossi
La questione del reddito stenta a trovare cittadinanza chiara dentro il dibattito politico. Da un lato è assunto dalle parti politiche più disparate (parlano di reddito – nell’arco parlamentare – Vendola, Grillo, Bersani e Monti). Le critiche sono altrettanto numerose e vivono di una simile trasversalità: per il Pdl sarebbe una forma di solidarietà assistenzialista che frena lo sviluppo dei territori, per molta sinistra rappresenterebbe l’iniqua contropartita di una serie di diritti negati: dal modello Marchionne, alla riforma delle pensioni, al meccanismo di progressivo smantellamento dei servizi pubblici essenziali (scuola, sanità, trasporti).
In questa confusione si inserisce a gamba tesa la ribalta del m5s e l’inevitabile centralità che assumono – nel quadro dell’ingovernabilità – le proposte di una forza parlamentare decisiva per la costituzione di un governo. Il dibattito che si sviluppa sul blog di Beppe Grillo, confuso e ancora general generico, tocca però alcuni nodi essenziali: il reddito, per i grillini, va assieme con una “lotta agli sprechi” che passa per una riforma delle pensioni, un attacco al pubblico impiego, il taglio dei finanziamenti a partiti e giornali. Un cocktail liberista che vuole togliere molto più di quello che promette (sarei off topic, ma l’azzeramento di fondi pubblici sancisce l’idea che solo chi ha i soldi può fare politica ed informazione).
Non è la prima volta che le esperienze istituzionali scippano ai movimenti lessico e pratiche, ritraducendoli in forme ovattate e compatibili, quando non reazionarie: ricordiamo tutti la parabola dei beni comuni che, nati come connettori delle lotte ambientali dentro un orizzonte teorico figlio essenzialmente dell’ultimo capitolo del primo libro del Capitale, subivano – con il medium del referendum – una neutralizzazione in senso tutto giuridico e consultivo nella giunta De Magistris per poi finire nel calderone filosoficamente incomprensibile e politicamente imbarazzante di Italia Bene Comune (grottesco, quasi, se si pensa al ruolo decisivo che il PD ha giocato nella demonizzazione di moltissime lotte ambientali italiane: su tutte, la tav).
Proverei allora a pensare ad un vademecum sul reddito, per come lo possono intendere i movimenti sociali: una soglia ermeneutica minima entro il quale situare a sinistra il dibattito sul reddito, un’articolazione accettabile con la quale confrontarsi anche con le compagne ed i compagni ad oggi più scettici, per capire se è uno strumento rivendicativo utile, che connette esperienze e individua criticità interessanti, prima di disfarsene e lasciarlo nelle mani del marketing partitico perché lo usuri fino a spogliarlo di qualunque senso conflittuale (ci piaccia, questo senso, o no).
Il reddito:
1. non è strumento padronale di sostegno al consumo e di riorganizzazione del rapporto tra capitale lavoro. Non può essere una forma di risarcimento al ribasso per la precarietà, né strumento di ricatto con il quale imporre l’accettazione di qualunque forma di lavoro si renda poi disponibile dentro un raggio d’azione dato (modello ichiniano).
2. non è il premio di consolazione che aiuta a digerire nuove fasi dell’accumulazione capitalistica: privatizzazioni, aziendalizzazioni. Non può essere cioè il modo in cui la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale anestetizza l’apertura di nuove frontiere dell’espropriazione.
3. non è la riproposizione postmoderna del vaneggiamento illuminista su ipotetici diritti universali, né va d’accordo con presunti bisogni minimi o naturali. È invece proprio l’idea che siano le lotte a decidere cosa sia fondamentale, a cosa non si è disposti a rinunciare, quanto costi la riproduzione della forza lavoro dentro l’antagonismo di classe.
4. è un tentativo di levare terreno al ricatto del lavoro salariato: il ricatto del “o così oppure la fame” (il ricatto della precarietà, il ricatto del lavoro nero, il ricatto delle prestazioni gratuite che prima o poi dovrebbero far meritare un lavoro, il ricatto dei turni massacranti).
5. è la pretesa che una serie di prestazioni che il capitale si trova gratis nella società comincino ad essere pagate: il lavoro di cura così come tutte le forme di mutualismo che ogni giorno contribuiscono alla soddisfazione di bisogni e desideri collettivi.
5. è un tentativo di ricomporre, intorno ad una parola d’ordine semplice, diverse figure dello sfruttamento capitalistico, senza cadere nella trappola della guerra fra poveri (garantiti/non garantiti, italiani/migranti, vecchi/giovani) e ponendosi il problema di parlare con quelle forme di precarietà cronica che vengono dopo ogni tipo di diritto sul lavoro ottenuto da anni di lotte proletarie. Ponendosi l’annosa questione del “come si fa a parlare a lavoratori che stanno tre mesi in un posto, poi sei mesi a casa, poi tre mesi in un altro posto?”, senza nostalgie lavoriste, con l’idea che la catena di montaggio sia una barbarie e con l’idea che la rivoluzione vada fatta nell’immanenza dei propri territori, con le soggettività che ci sono e non con quelle che si vorrebbe ci fossero: né per forza con i metalmeccanici, né meno che mai per forza con i lavoratori della conoscenza, ma invece con tutti i segmenti sociali che subiscono lo sfruttamento capitalistico, assumendo che lo stesso non si presenti come processo lineare, ma invece continuamente riproponga le violenze della sua origine e non sempre gli riesca di agire la subordinazione reale del lavoro al capitale.
6. è una maniera di far saltare il piano del discorso di chi sostiene che il diritto al lavoro e il diritto alla salute non vadano per forza insieme, anzi siano in contraddizione. Il discorso di chi vede i tarantini morire di cancro e, recuperando dal fascismo forme del corporativismo che parlando di interessi comuni tra chi sfrutta e chi è sfruttato, sostiene che l’alternativa sia la condanna alla povertà di tutte le famiglie operaie che campano sui salari dell’Ilva. Il discorso di chi massacra di botte i valsusini e poi li accusa di essere gli aguzzini di tutti i lavoratori dei cantieri dell’alta velocità. Una maniera di criticare il produttivismo e di porre la domanda che i movimenti non possono più evadere: il cosa si produce – non più solo il come. È l’idea che le lotte ambientali non siano scoutismo, ma siano aspetti dell’antagonismo di classe dentro le nuove recinzioni del capitale (modi di sottrarre al capitale settori della produzione e – dunque – possibilità di valorizzazione).
7. è, dunque, lotta di classe. È lotta di classe perché il reddito ha senso se si pretende che a pagarlo siano i padroni (patrimoniale, lotta ai grandi evasori, sanzioni verso chiunque abbia avvelenato territori e persone, tagli alle spese militari). È lotta di classe quando tenta di erodere plusvalore e redistribuirlo. È lotta di classe quando riduce le possibilità di costituzione di un esercito di riserva pronto a sostenere la produzione in fasi di mobilitazione. È lotta di classe se serve all’autorganizzazione del lavoro senza più la presenza parassitaria e schiavizzante del capitale. È lotta di classe quando ricorda che il proletariato è l’unica classe che per valorizzarsi può fare a meno dell’altra (mentre il capitalista, anche quello più onesto e timorato di Dio, non può che vivere di sfruttamento, quale che sia la forma particolare che lo sfruttamento assume).
È ovvio, ma ripetere giova, che le cose non hanno senso da sole, ma hanno senso solo nel contesto che ne struttura il senso. È ovvio che Grillo (né Ichino, né Monti) non parla di questa roba qua. È altrettanto ovvio che idee come “va bene tutto, purché si faccia” siano fuori dalla grazia di Dio. Penso però, anche, che il senso delle cose non sia attribuito dentro discussioni teoriche: cosa ne sarà il reddito lo deciderà il livello su cui si attesteranno le lotte in questa nuova fase. Una nuova fase che o traduce l’ingovernabilità politica in ingovernabilità sociale, o non potrà che tradursi in nuove forme di compatibilità con la governance europea (l’endorsment di Goldman Sachs a Grillo e la bocciatura del Fiscal Compact in Germania ci parlano di una maniera di destra di uscire dall’austerity).
Penso, e concludo, che la questione del reddito resti decisiva e che sia ormai ineludibile un confronto serio fra tanti, senza pregiudizi (senza, per dire, dover sentire che chi lotta per il reddito è un nemico del popolo) e senza rimanere sempre un passo indietro a chi ci scippa le nostre armi da combattimento.