Esercizi di musica

the bull

di Eleonora de Majo

diario di compositori in cerca di spartito

Ore 15 di Sabato 20. Un giorno come un altro per chi si è abituato a palleggiare distrattamente con quello che resta della democrazia formale. La solita striscia rossa allarmante appare sullo schermo della diretta di Rai News dal Parlamento: “Ultima ora: Napolitano accetta l’incarico”. Buio nel cuore. Conosco bene  questa sensazione: seconda vittoria di Bush, primi scrutini attendibili del Senato alle ultime politiche, sconfitta per un soffio di Syriza in Grecia, immagini di Fukushima, generali golpisti mascherati da nuovi politici di un moderno centro destra che vincono le ultime elezioni in Cile, notizia della fine di Chavez, e tanti altri momenti che sarebbe impossibile elencare. Tanti quanti le discontinuità drammatiche che produce questo tempo storico. Già,conosco bene questa sensazione di tristezza mescolata ad impotenza che si impadronisce della razionalità dell’analisi politica e che ti immobilizza in una rabbia nichilista. “Non è possibile”, è sempre la prima cosa che mi salta in mente, e che mi comincia ad assillare come una preghiera,  che in realtà è una speranza, un appello disperato alla realtà.  Invece è possibile, è vero, e non è neppure così incredibile. Tutto ha sempre una sua genesi, una sua razionalità interna, un suo senso, e la rielezione di Napolitano, apparentemente quasi parodistica, ha invece un intento drammatico che mi si chiarisce con il passare dei minuti. Come i tre moschettieri, i leader dei tre poli hanno scelto il loro “uno per tutti”, e si sono assicurati, dopo giorni di puro panico e di pura follia, che, seppure  sfidando  il naturale decorso della vita umana, l’ottantottenne pure più acuto  e sveglio del giovane rottamatore Renzi , proseguisse fin quando possibile quel lavoro di riorganizzazione in senso autoritario degli organi democratici, quella copertura discreta dei buchi neri che circondano la storia recente di questa Repubblica, quell’assenso indiscriminato all’austerità lacrime e sangue che ci ha trasformati in pochi anni in un deserto sociale e produttivo. Non sono stati capaci di convergere su un altro nome per 48 infinite ore, in cui gli interessi particolari delle parti hanno fatto giochi bambineschi per portare alle estreme conseguenze questo voto così importante per la storia del paese. Altro

saggi di Profitto

di Eleonora de Majo

re_giorgio_napolitano

Forse non abbiamo nemmeno più l’ironia per difenderci dalla fine della democrazia. Di ironia con i tecnici goffi e sedicenti super-partes ne avevamo utilizzata fin troppa, ed era un’ironia che aveva il sapore amaro dell’eccezionalità, l’ironia che si usa quando il discorso pubblico-politico è completamente falsato e deviato da un management che nasconde eclatanti trasformazioni delle forme del politico. Infondo era giustificatamente l’ironia dell’ultimo stadio dal momento che neppure nella “colpevolissima” Grecia l’imposizione di un governo tecnico efficientissimo nell’esecuzione dei precetti di Francoforte, deciso dalla manovra di un presidente della Repubblica in una Repubblica non presidenziale, era stata così eclatante e brutale. Si è dunque scritto moltissimo,ed ancora di più si è detto o si è fatto contro il governo Monti per  contribuire a sfatare il mito della neutralità, per portare alla luce il nesso indissolubile e necessario tra sapere e potere e per  dimostrare, contro-riforma dopo contro- riforma, che la tecnica esecutiva  ratificata dall’Accademia economica più cara di Italia, ha una parte politica precisa, è partigiana certo, è borghese, si sveglia presto al mattino ed è, come ha dimostrato il risultato delle ultime politiche, poco amata da tutti. Poco amata dalle classi subalterne che sentono il peso dello Stato solo come costante vessazione o come occlusione dello spazio democratico senza che oramai nessun diritto venga più tutelato,  ed dalla stessa borghesia, che si conferma la borghesia del sotterfugi, dell’evasione, della pigrizia che vota ancora ed incredibilmente il partito della mala politica e della corruzione. Altro

Grillo, Reddito, Lotta di classe

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di Andrea Salvo Rossi

La questione del reddito stenta a trovare cittadinanza chiara dentro il dibattito politico. Da un lato è assunto dalle parti politiche più disparate (parlano di reddito – nell’arco parlamentare – Vendola, Grillo, Bersani e Monti). Le critiche sono altrettanto numerose e vivono di una simile trasversalità: per il Pdl sarebbe una forma di solidarietà assistenzialista che frena lo sviluppo dei territori, per molta sinistra rappresenterebbe l’iniqua contropartita di una serie di diritti negati: dal modello Marchionne, alla riforma delle pensioni, al meccanismo di progressivo smantellamento dei servizi pubblici essenziali (scuola, sanità, trasporti).

In questa confusione si inserisce a gamba tesa la ribalta del m5s e l’inevitabile centralità che assumono – nel quadro dell’ingovernabilità – le proposte di una forza parlamentare decisiva per la costituzione di un governo. Il dibattito che si sviluppa sul blog di Beppe Grillo, confuso e ancora general generico, tocca però alcuni nodi essenziali: il reddito, per i grillini, va assieme con una “lotta agli sprechi” che passa per una riforma delle pensioni, un attacco al pubblico impiego, il taglio dei finanziamenti a partiti e giornali. Un cocktail liberista che vuole togliere molto più di quello che promette (sarei off topic, ma l’azzeramento di fondi pubblici sancisce l’idea che solo chi ha i soldi può fare politica ed informazione).

Non è la prima volta che le esperienze istituzionali scippano ai movimenti lessico e pratiche, ritraducendoli in forme ovattate e compatibili, quando non reazionarie: ricordiamo tutti la parabola dei beni comuni che, nati come connettori delle lotte ambientali dentro un orizzonte teorico figlio essenzialmente dell’ultimo capitolo del primo libro del Capitale, subivano – con il medium del referendum – una neutralizzazione in senso tutto giuridico e consultivo nella giunta De Magistris per poi finire nel calderone filosoficamente incomprensibile e politicamente imbarazzante di Italia Bene Comune (grottesco, quasi, se si pensa al ruolo decisivo che il PD ha giocato nella demonizzazione di moltissime lotte ambientali italiane: su tutte, la tav).

Proverei allora a pensare ad un vademecum sul reddito, per come lo possono intendere i movimenti sociali: una soglia ermeneutica minima entro il quale situare a sinistra il dibattito sul reddito, un’articolazione accettabile con la quale confrontarsi anche con le compagne ed i compagni ad oggi più scettici, per capire se è uno strumento rivendicativo utile, che connette esperienze e individua criticità interessanti, prima di disfarsene e lasciarlo nelle mani del marketing partitico perché lo usuri fino a spogliarlo di qualunque senso conflittuale (ci piaccia, questo senso, o no).

Il reddito:

1. non è strumento padronale di sostegno al consumo e di riorganizzazione del rapporto tra capitale lavoro. Non può essere una forma di risarcimento al ribasso per la precarietà, né strumento di ricatto con il quale imporre l’accettazione di qualunque forma di lavoro si renda poi disponibile dentro un raggio d’azione dato (modello ichiniano).

2. non è il premio di consolazione che aiuta a digerire nuove fasi dell’accumulazione capitalistica: privatizzazioni, aziendalizzazioni. Non può essere cioè il modo in cui la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale anestetizza l’apertura di nuove frontiere dell’espropriazione.

3. non è la riproposizione postmoderna del vaneggiamento illuminista su ipotetici diritti universali, né va d’accordo con presunti bisogni minimi o naturali. È invece proprio l’idea che siano le lotte a decidere cosa sia fondamentale, a cosa non si è disposti a rinunciare, quanto costi la riproduzione della forza lavoro dentro l’antagonismo di classe.

4. è un tentativo di levare terreno al ricatto del lavoro salariato: il ricatto del “o così oppure la fame” (il ricatto della precarietà, il ricatto del lavoro nero, il ricatto delle prestazioni gratuite che prima o poi dovrebbero far meritare un lavoro, il ricatto dei turni massacranti).

5. è la pretesa che una serie di prestazioni che il capitale si trova gratis nella società comincino ad essere pagate: il lavoro di cura così come tutte le forme di mutualismo che ogni giorno contribuiscono alla soddisfazione di bisogni e desideri collettivi.

5. è un tentativo di ricomporre, intorno ad una parola d’ordine semplice, diverse figure dello sfruttamento capitalistico, senza cadere nella trappola della guerra fra poveri (garantiti/non garantiti, italiani/migranti, vecchi/giovani) e ponendosi il problema di parlare con quelle forme di precarietà cronica che vengono dopo ogni tipo di diritto sul lavoro ottenuto da anni di lotte proletarie. Ponendosi l’annosa questione del “come si fa a parlare a lavoratori che stanno tre mesi in un posto, poi sei mesi a casa, poi tre mesi in un altro posto?”, senza nostalgie lavoriste, con l’idea che la catena di montaggio sia una barbarie e con l’idea che la rivoluzione vada fatta nell’immanenza dei propri territori, con le soggettività che ci sono e non con quelle che si vorrebbe ci fossero: né per forza con i metalmeccanici, né meno che mai per forza con i lavoratori della conoscenza, ma invece con tutti i segmenti sociali che subiscono lo sfruttamento capitalistico, assumendo che lo stesso non si presenti come processo lineare, ma invece continuamente riproponga le violenze della sua origine e non sempre gli riesca di agire la subordinazione reale del lavoro al capitale.

6. è una maniera di far saltare il piano del discorso di chi sostiene che il diritto al lavoro e il diritto alla salute non vadano per forza insieme, anzi siano in contraddizione. Il discorso di chi vede i tarantini morire di cancro e, recuperando dal fascismo forme del corporativismo che parlando di interessi comuni tra chi sfrutta e chi è sfruttato, sostiene che l’alternativa sia la condanna alla povertà di tutte le famiglie operaie che campano sui salari dell’Ilva. Il discorso di chi massacra di botte i valsusini e poi li accusa di essere gli aguzzini di tutti i lavoratori dei cantieri dell’alta velocità. Una maniera di criticare il produttivismo e di porre la domanda che i movimenti non possono più evadere: il cosa si produce – non più solo il come. È l’idea che le lotte ambientali non siano scoutismo, ma siano aspetti dell’antagonismo di classe dentro le nuove recinzioni del capitale (modi di sottrarre al capitale settori della produzione e – dunque – possibilità di valorizzazione).

7. è, dunque, lotta di classe. È lotta di classe perché il reddito ha senso se si pretende che a pagarlo siano i padroni (patrimoniale, lotta ai grandi evasori, sanzioni verso chiunque abbia avvelenato territori e persone, tagli alle spese militari). È lotta di classe quando tenta di erodere plusvalore e redistribuirlo. È lotta di classe quando riduce le possibilità di costituzione di un esercito di riserva pronto a sostenere la produzione in fasi di mobilitazione. È lotta di classe se serve all’autorganizzazione del lavoro senza più la presenza parassitaria e schiavizzante del capitale. È lotta di classe quando ricorda che il proletariato è l’unica classe che per valorizzarsi può fare a meno dell’altra (mentre il capitalista, anche quello più onesto e timorato di Dio, non può che vivere di sfruttamento, quale che sia la forma particolare che lo sfruttamento assume).

È ovvio, ma ripetere giova, che le cose non hanno senso da sole, ma hanno senso solo nel contesto che ne struttura il senso. È ovvio che Grillo (né Ichino, né Monti) non parla di questa roba qua. È altrettanto ovvio che idee come “va bene tutto, purché si faccia” siano fuori dalla grazia di Dio. Penso però, anche, che il senso delle cose non sia attribuito dentro discussioni teoriche: cosa ne sarà il reddito lo deciderà il livello su cui si attesteranno le lotte in questa nuova fase. Una nuova fase che o traduce l’ingovernabilità politica in ingovernabilità sociale, o non potrà che tradursi in nuove forme di compatibilità con la governance europea (l’endorsment di Goldman Sachs a Grillo e la bocciatura del Fiscal Compact in Germania ci parlano di una maniera di destra di uscire dall’austerity).

Penso, e concludo, che la questione del reddito resti decisiva e che sia ormai ineludibile un confronto serio fra tanti, senza pregiudizi (senza, per dire, dover sentire che chi lotta per il reddito è un nemico del popolo) e senza rimanere sempre un passo indietro a chi ci scippa le nostre armi da combattimento.

Chi ha paura della violenza?

di Eleonora de Majo

zerocalcare

Grillo oggi ha detto una cosa importante e vera, forse la prima da quando tutta questa strana storia ha avuto inizio. Ha detto che se lui “fallisce” la violenza esploderà nelle strade e nelle piazze.

Grillo non è un cretino e tutto quello che dice, soprattutto in questa fase di corteggiamenti anomali, ha sempre un senso, pure se alle volte è un senso inquietante e gretto. Quel che colpisce dell’affermazione suddetta è la lucidità con cui il comico individua il suo posizionamento, e conseguentemente  il bacino  da cui si genera il suo anomalo consenso, che è esattamente quel bacino di donne e uomini, in larga parte appartenenti alla giovane generazione precaria e sottopagata, vittima dell’ austerity e agnello sacrificale sull’altare della crisi. Quel bacino, quella strumentale ricomposizione di classe che si auto-assolve dal protagonismo sociale tramite la delega a “simili comuni” e tramite  l’esercizio appassionato della democrazia del click, è in effetti quella stessa generazione che, in altri paesi dell’Europa (soprattutto meridionale) , è insorta nelle piazze e, spesso, sì è stata “violenta” .

BRAU e dintorni: dentro/contro l’Università della crisi.

brauCi sono cose che – nel 2008 – avevamo imparato a memoria.
Tra queste, il blocco del turn over. Non c’era studente, delle decine e decine di migliaia che scendevano in piazza TUTTI i giorni in TUTTE le città universitarie d’Italia che ignorasse il succo della faccenda: solo 2 assunzioni per ogni 10 pensionamenti.
Quel movimento fu lasciato solo, e questa è storia nota. L’Accademia non si assunse mai la responsabilità di capirlo, men che mai di inserirsi nelle traiettorie che gli studenti segnalavano nel rifiuto di un provvedimento odioso e definitivo per la storia dell’università pubblica italiana.
I mesi a seguire avrebbero però trasformato gli slogan dell’Onda in realtà molteplici e specifiche su ogni territorio.
In questo crinale si inserisce la vicenda della BRAU – Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica di Napoli. Dallo scorso dicembre, la più grande biblioteca di facoltà del Sud deve chiudere tutti i giorni alle due del pomeriggio. Su questo dato bisogna intendersi. Prima di tutto, intendersi sul peso che – nelle facoltà umanistiche – hanno le biblioteche di ricerca. Non si tratta di luoghi sussidiari alla formazione. Poter accedere a periodici, edizioni antiche o rare, testi non più disponibile presso le case editrici – in quell’ambito -è tutto ciò che discrimina il potere o non potere fare ricerca (non c’è neanche un modo che mi venga in mente – neanche uno – con il quale avrei potuto scrivere la mia tesi di laurea, stanti gli orari succitati). In secondo luogo intendersi sull’idea che una biblioteca che chiude alle 14 è di fatto preclusa A TUTTI. Non solo agli studenti che lavorono, categoria privilegiata (a ragion vedute) in ogni analisi che si interroghi sul rapporto tra università e crisi. Più banalmente, a tutti gli studenti che la mattina seguono i corsi. A tutti i ricercatori e i docenti che la mattina tengono quei corsi. A chi vive in provincia. A tutti.
Questa È la legge-Gelmini. Nella sua nudità. Nella sua violenza. Per tre anni, PER TRE ANNI, gli studenti di tutta Italia parlavano di questo. Non di altro. Il famoso striscione appeso fuori la Normale di Pisa Occupata – Quale futuro tra queste macerie? – parlava di questa roba qui. Di università deserte. Di laboratori chiusi. Di dottorati (cioè tre anni di fatica) senza borsa (leggi: senza manco il biglietto del treno per spostarsi). Di idonei non assegnatari di borse di studio (cioè di gente che, secondo parametri stabiliti, non può permettersi l’università, alla quale si dice “pazienza”).
Tutti quelli che all’epoca ci dicevano che occupare le facoltà era “un po’ esagerato”; tutti quelli che il 14 dicembre ci chiamavano violenti; tutti quelli che si preoccupavano perché forse saltava una sessione d’esami , tengano a mente che NON ABBIAMO PARLATO DI ALTRO.
Ora, nel merito. Tre unità di personale vengono a mancare, dunque si chiude baracca alle 14. A seguito di questo provvedimento, moltissimi dei fruitori quotidiani della BRAU si sono costituiti in assemblea permanente e hanno deciso di permanere ogni giorno nei locali al pianterreno della biblioteca ben oltre l’orario di chiusura, superando anche il limite precedente. La parola d’ordine è molto semplice: BRAU IN AGITAZIONE – APERTA FINO ALLE 19.00.
Questo per rivendicare un livello minimo di civiltà nel proprio lavoro di ricerca umanistico. Questo soprattutto per creare uno stato di emergenza culturale e politica intorno alla biblioteca di Piazza Bellini. Di emeregenza. Perché, in effetti, lo stato di emergenza potrebbe aprire uno spiraglio per la deroga al blocco del turn over. Su questo cavillo si gioca una battaglia che è, evidentemente, tutta politica. Su questo cavillo si costruisce anche il secondo step della mobilitazione, ossia l’occupazione non solo delle aule studio del chiostro, ma anche di uno dei piani che ospita una parte del patrimonio librario.
Siamo abituati a pensare all’emergenzialità unicamente come ad un dispositivo coercitivo calato dall’alto per trarre il massimo del profitto da una situazione anomala. Riconosciamo anzi, nella capacità di “decidere dello stato di eccezione”, l’attributo eminente del potere sovrano. Provando a ribaltare Schmitt – però – potremmo ironicamente dire che “chi decide dello stato di eccezione è sovrano”. Apriremmo così la strada ad un campo in cui “chi decide” non è una posizione preventiva, già data, sostanziale, ma è invece l’esito di una lotta, l’esito di un rapporto di forza. Apriremmo così la strada ad un’opportunità, ossia quella di agire dal basso l’emergenza, praticando un’illegalità collettiva che provi ad imporre alla controparte una deroga a quelle forme di asservimento che aveva messo in campo (nella fattispecie: il blocco delle assunzioni). Concepiremmo così l’eccezione, senza teologiche lettere maiuscole, come riterritorializzazione di rapporti di forza che si determinano volta per volta, in una dialettica antagonistica che, volta per volta, risponde alla domanda “chi decide?”.
Una vittoria di questo tipo (o – comunque – una simile articolazione del problema) potrebbe creare uno strumento riproducibile di azione dentro l’università della crisi. Un luogo costantemente attraversato da dispositivi di potere, in cui agire l’emergenza non solo come forma di mutualismo (lasciare aperta la biblioteca in modo da garantire comunque l’accesso a tutti nonostante tutto), ma anche come forma d’attacco (pretendere nuove assunzioni, nuovi regolamenti di gestione del patrimonio librario).
Senza voler patemizzare in modo eccessivo una vertenza interessante, ma comunque circoscritta, mi pare che questi qui siano gli spazi che apre la crisi.
A Napoli, dallo scorso autunno, ne abbiamo visti tanti, anche solo dentro l’università. Mense abbandonate, auditorium monopolizzati dai privati, edifici abbandonati, biblioteche chiuse. Occupare questi luoghi per immaginarsi un’autogestione dei servizi negati dalle istituzioni che dovrebbero fornirli è un primo passaggio. Un altro, decisivo, è quello di uno sforzo di immaginazione più audace, che provi a connettere le esperienze di sottrazione in una complessiva rivendicazione di diritti e in una sorta di ricontrattazione dei termini dello scontro.
Per ora continuiamo a rimanere aperti tutti i giorni fino alle 19.00. A incontrare, durante ogni assemblea di gestione, quasi un centinaio di studenti universitari (numero che francamente ridanno ossigeno e voglia di fare a chi ancora interpreta – dopo la sconfitta del movimento antigelmini – l’università come luogo di conflitto).
A chi oggi, di nuovo, prova a dirci che la nostra pratica di lotta è “esagerata”, “controproducente”, “antidemocratica” (sic), vorrei solo chiedere dov’era nel 2008 e nel 2010. Dov’era quando la storia dell’università italiana veniva riscritta. E se era a casa, se era tra quelli che ci dicevano di non esagerare, se era tra quelli che ci diceva di star zitti e tornare a studiare, beh, nessun rancore. Ma ora si levi dai piedi.

NB (l’Assemblea BRAU IN AGITAZIONE si tiene ogni lunedì alle 14.00 presso la sala computer della biblioteca)

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